CELANO: da Cele di Aielli e San Vittorino alla Domus Romana di San Potito di Ovindoli, dal Castrum Oretino al Castrum su Monte Tino, e poi finalmente arrivare al Colle San Flaviano.

Cominciamo con il dire che le più antiche presenze umane nel territorio di Celano sono documentate a partire da 18.000 anni fa, l’uomo comunque, anche se con presenze stagionali legate alla caccia, già occupava anche se non stabilmente questi territori da 150 .000 / 70.000 anni fa.  Senza prolungarci nel periodo Paleolitico superiore-Mesolitico e Neolitico, ci occuperemo in questo studio di un periodo che va da quello Italico Romano ai giorni nostri, parlando solo ed esclusivamente delle aree abitate stabilmente dagli Antenati Celanesi.

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Siccome della storia di Celano c’è stato un notevole parlare e scrivere, ed i più si sono chiaramente soffermati sul periodo Medioevale con la presa di Celano da parte di Federico II per poi parlare della nascita del nuovo ed ultimo insediamento con il castello su Colle San Flaviano, porterò un mio contributo soffermandomi su alcuni studi che completano questo enorme puzzle, dando un’idea più chiara e per molti inedita circa gli insediamenti fondati dai nostri Antenati, e qui completo:

Nel periodo Italico Romano I vecchi villaggi dell’età del bronzo vengono abbandonati, e si ha un inizio di incastellamento non dovuto solo ai cambiamenti climatici, ma anche all’aumento della conflittualità umana e la nascita di nuclei maggiormente popolati e quindi con maggiore necessità di terra ed animali.
Gli Antenati Celanesi occupano dapprima con i primi Ocres Caela (Cele di Aielli con la fortezza di Monte Secine), in un periodo immediatamente successivo con accavallamento, si spostano anche su Monte San Vittorino (forse “Tallia” – Grossi). A scopo difensivo anche l’altura della Serra e “Monte Faito” (Fagitula ?) di S. Potito.

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Rimandando al mio articolo per eventuali approfondimenti sui primi insediamenti di Cela, Fortezza di Secine e Castello di Foce, iniziamo con l’approfondire una scoperta sensazionale che metterà a posto parecchi dubbi circa il periodo Italico Romano di Celano.

Partiamo dalla POSSIBILE IDENTIFICAZIONE DI DUE LOCALITA’ INCOGNITE DEL LIBER COLONIARUM , lavoro di GIACINTO LIBERTINI, e estrapoliamo un passaggio che dà avvio al mio ulteriore studio.

Nella raccolta di testi antichi riguardanti l’antica professione agrimensoria e conosciuta come Gromatici Veteres (Gli antichi agrimensori)1, o anche Corpus Agrimensorum Romanorum (Raccolta di scritti degli agrimensori romani)2, una parte importante e ricca di preziose informazioni è costituita dal Liber Coloniarum. Ebbene, in questi libri, c’è la menzione di alcuni centri abitati, ed il Libertini con una serie di studi, identifica in uno di essi, il territorio appartenuto a Celano. La considerazione del Libertini che a questo punto, accende una luce importante per la storia del territorio Celanese, riguarda l’indipendenza latifondiera da Alba Fucens e dalla stessa Marruvium chiaramente in epoca romana di tale fondo Celanese. Tale tesi da mè ritenuta realistica ed in seguito ve ne spiego il motivo, delinea insolitamente, per il nostro territorio, un Liber Coloniarum. Il Liber Colonarium è una raccolta di testi più antichi costituita nel IV-V secolo. Esso ci è pervenuto dopo una serie di trascrizioni, eseguite in epoche precedenti o successive alla formazione della raccolta, che in molti punti hanno più o meno corrotto le scritture originali.

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Dopo le varie spiegazioni di ricomposizione toponomastiche e letterali delle località inserite nel Liber Coloniarum, il lavoro al quale volevo giungere è dato dal fatto che da un attento riesame della strigatio di Alba Fucens, condotto dal Libertini, con software particolare sulle mappe satellitari di Google Earth©, esso, oltre a confermarla nelle zone indicate da Chouquer et al.(gruppo di studiosi francesi ), e ad estenderla in altre limitrofe, evidenzia una novità molto interessante. A partire dalla zona di Paterno (fraz. di Avezzano) e verso Celano, i limiti appaiono tutti spostati verso nord-ovest, ortogonalmente alla loro direzione, di circa 71 metri, ovvero di circa 2 actus.  (Un actus era pari a 120 piedi, ovvero circa 29,57∙120 = cm 35,48 metri. Pertanto 2 actus = 70,96 metri).Tale spostamento è preciso e costante e corrisponde a un multiplo di actus e pertanto deve essere considerato un atto voluto per distinguere la limitatio a oriente di Paterno da quella ad occidente di tale luogo.

Stringato Celano

Sappiamo dai Gromatici Veteres che differenzazioni fra vicini schemi di suddivisione del territorio erano utilizzate per distinguere territori appartenenti a diverse comunità. Come esempio, non riportato nei Gromatici Veteres, le centuriazioni Acerrae-Atella I e Neapolis avevano lo stesso modulo e la stessa inclinazione ma erano sfasate fra di loro24 e ciò per demarcare la divisione fra il territorio di Neapolis e quello degli altri due centri. Ciò ci permette di affermare che il territorio di Alba Fucens aveva come suo confine la zona di Paterno e che da quel punto iniziava il territorio di una diversa comunità.

 

(Libertini in “possibile identificazione di due localita’ incognite del liber coloniarum”)

Stringato di Alba Fucens

(Libertini in “possibile identificazione di due localita’ incognite del liber coloniarum”)

stringato verso celano

Tralasciando la possibile identificazione di Casentium/Asetium corrotto da Caelanum, che già potremmo ben sposare come identificazione, vorrei puntare i riflettori sull’altra località non identificata nei Liber Coloniarum, e cioè Divinos. Notiamo ora che Invinias può essere una facile corruzione di Divinas: Di/ uin/ a/ s – In/ uin/ ia/ s, e che il centro Divinos menzionato nel Liber Coloniarum potrebbe essere una semplice corruzione di Divinas. Il significato poi del toponimo, nella forma Divinas ma anche in quella di Divinos, sarebbe facilmente spiegabile.

Divinos si potrebbe interpretare come abbreviazione di “Ad Divinos”, ovvero presso i Divini, ovvero gli imperatori, con omissione di “ad”. Ma è da notare che in tutti i toponimi con “ad” si fa sempre riferimento a un qualcosa di fisico e mai a una persona. Meglio è dunque interpretare il termine Divinas come abbreviazione di “Ad Divinas Domos”, ovvero presso le abitazioni dell’imperatore, anche qui con l’omissione di “ad”.

Il  Liber Colonarium in altre parti, come l’esempio fatto dal Libertini riguardo a Quartum, spesso era facile che nell’uso potesse abbreviare la forma, omettendo la preposizione “ad“. Ad esempio, l’attuale comune di Quarto presso Pozzuoli, anticamente si chiamava Ad Quartum, e il nome attuale deriva dall’abbreviazione Quartum. Così pure il luogo Ad Tricesimum a trenta miglia da Aquileia è ora Tricesimo (UD) dalla forma abbreviata Tricesimum”,  ci attesta che il centro fu fondato dalla famiglia di Augusto e che il suo territorio fu affidato direttamente alla stessa famiglia, presumibilmente con un decreto dell’imperatore, e non mediante una legge. Pertanto il centro era una proprietà privata imperiale ed è facile ipotizzare che avesse residenze (domus) degne di un imperatore, anche perché il luogo era vicino a Puteoli, con vista sul golfo omonimo e quindi di certo un luogo ottimo per risiedere e svagarsi.

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Questo breve passaggio era d’obbligo perché dalle infinite ricerche, ho trovato uno scritto riferito da  Don Mario Del Turco in storia di San Potito. In detto scritto  si legge  ed è ora accertato, che sotto San Potito ci sono i ruderi della residenza imperiale di Lucio Vero, fratello di Marco Aurelio, imperatore romano, associato all’Impero nel 161. Il Prof. Manfredo Santucci, nativo di San Potito, latinista e insegnante a Roma, ricercatore delle varie “passio” del martire San Potito e autore di una vita dello stesso, diceva a Don Mario Del Turco menzionando gli scritti di Febonio, Corsignani e Di Pietro, che essi, avevano ripreso un’antichissima tradizione che indicava gli Antonini, in special modo, Lucio Vero, presenti a San Potito, nella Marsica, presso una villa residenziale, da loro fatta costruire.(Lucio Ceionio Commodo Vero, più noto semplicemente come Lucio Vero (in latino Lucius Ceionius Commodus Verus; Roma15 dicembre 130 – presso Altinogennaio 169), è stato un imperatore romano e governò insieme al fratello d’adozione Marco Aurelio, dal 161 sino alla morte).

Egli affermava che le mura diroccate del “Castiglione” – così si chiamano i resti del Castello piantato sull’omonimo Colle di San Potito, erano i ruderi delle sovrastrutture medioevali della villa imperiale degli ultimi imperatori adottivi, detti anche Antonini.
Infatti in località “Pago” erano presenti le tracce e visibili i resti delle Terme e dell’Anfiteatro della villa imperiale. La permanenza di Lucio Vero a San Potito sarebbe derivata dalla necessità dello stesso imperatore di rimediare ad una cisposi, contratta durante la guerra contro i Parti del territorio assiro.

Villa san potito planimetria

La villa imperiale, degna di tal nome, doveva comprendere la domus o palatium, il fundus, il pagus, le Terme, l’anfiteatro e persino un Teatro, di non grandi dimensioni. Il Palatium o Domus, con appropriati locali attigui, costituiva la residenza della Corte imperiale. Il Fundus era il territorio, piu’ o meno vasto, adatto a ricavare prodotti d’ogni genere per il mantenimento della Villa,ma soprattutto da commerciare, oltre i propri confini, dentro un sistema di scambio anche internazionale. Il Pagus, come distretto rurale, riuniva i vari agglomerati umani di quanti svolgevano specifiche arrivata’ in ordine ad una economia ben strutturata. Le Terme, l’Anfiteatro e ìl Teatro rappresentavano ed esprimevano l’alto tenore di cultura, civiltà e benessere dei proprietari o dei gestori della Villa stessa. Piu’ a Sud, nella circostanza dell’interramento della condotta ídrica per Celano, sono stati avvistati vani di Terme, ìntonacatí di cocciopesto finissimo e maíolicati di piastricine di marmo e pasta di vetro.

Fundus Villa Imperiale

E’ qui i conti tornano. Anche a parer mio, il confine del Fundus, in senso antiorario, iniziava all’attuale Fosso 15 dell’alveo del Fucíno, detto la Tenaglia, a Nord del Bacinetto, il quale deriva da Rio La Foce, ad Est della localita’ la Fossa. Saliva, per le Gole di Celano, alla Fonte degli Innamorati e al Fontanile della Valle, fino a Balzi del Sirente.
Dì la’, raggiungeva i Balzi dell’Anatella, Monte Cerasole e la rupe di Rovere. Ancora a Nord, per Vado di Pezza e Colle dell’Orso, arrivava, ad Ovest, a Sentinella su i monti della Magnola; scendendo a la Maina, lungo lo schienale di Monte Mallevona, Pratì d’Oro, la Forchetta, il Rio di Santa iona, l’attuale Fosso 10, tornava al Fucíno, con tutte le pertinenze ripuarie e le attinenze all’industria di pescherìa, sino all’attuale Fosso 15, presente il Lago.
Il Fundus comprendeva le terre di Celano, Ovindoli, Rovere, Santa Jona, San Potito e parte di quelle di Forme di Massa d’Albe. Aveva un circuito di oltre 50 chilometri, un’estensione di circa ventimila ettari. Nel suo ambito era riforníta d’acqua potabile dalle Sorgenti perenni di Fontegrande di Celano, Santa Eugenia, Fonte di San Potito, Fonte degli Innamorati, Fontanile dì Curti, Fonte del Puzzacchio, Fontanile Menevere, Fonti Tavoloni e da sorgive non perenni o intermíttenti qualì Acqua delle Fate, Pago Rurale, Formarotta, Fonte Sanguisuga, Fonte del Fossato, Traglia e Mascíone che alimentavano il Rio di Capo La Valle di San Potito. Riguardo alla viabilita’, il fundus della Villa imperiale disponeva di due vie carrabili e di sentieri mulattieri. Carrabile era il tratto di via derivato dalla Valeria, per Auretinum, che seguendo, a risalire, il Río di San Potito, raggiungeva la zona residenziale, attraverso il ponte romano, ancora visibile.
Carrabile era ancora la via che dalla pìana dì San Potito, attraverso la Maina, portava ad Alba Fucens. Essa, dopo aver costeggiato l’attuale Corno Miccio, presso Santa Jona, lungo il fossato del Fondovalle del Rio di Santa Eugenia e di Fonnarotta, risaliva ad Ovest di Monte Casale a Capo La Maina e per la zona di Santa Maria, arriva ad Arci e quindi ad Alba Fucense.
Mulattiere erano le vie da Ovindoli a Capo la Maina e da Ovindoli alla zona residenziale della Villa. Il Fundus era attraversato, a Sud, quasi lungo l’alveo del Fucino, dal Tratturo. Disponeva nello stesso tempo di un tratturo dì tipo verticale, che lungo il corso del Rio di San Potito risaliva al piano di Ovindoli.

Fundus Villa Imperiale 2

Finisce l’impero romano ed abbiamo in quel territorio, probabilmente interessante anche sotto il profilo naturalistico, l’insediamento di famiglie nobili subentrate nelle eredità e spartizioni dei nuovi potenti.
L’intero territorio del Fundus risulta delineato e descritto, entro i suoi limiti, nell’atto di donazione che Nerino, figlio del fu Bonomo, fece nel mese di Febbraio dell’anno 1074, all’Abbazia di Santa María di Farfa, circa alcune sue proprìeta’, síte nella Marsica, “in loco qui dicítur ad Sanctum Potitum”. Questo l’atto di donazione: “In nomine Domini Anno incarnatíonis domini ìhesu cristi millesimo LXXIIII. In mense februari, Indictione XII. Constat me nerinum filíum quondam bonominis bonae memoriae Insuper concedo alias meas res quas habeo in alio comitatus in territorio Marsorum, in loco qui dicitur ad Sanctum Potitum, inter affines:A primo latere rivus possus, et vadit in serram de Columella, A ij latere pergit in robore, et pergit in furcam de robore, et pergit in cacumen montis maniolae, et venit in publicum. A iij latere mons humanus, et descendit in aquam de Fucìno. A iiij latere aqua de fucíno cum mea portione de ripa.”

Con l’arrivo dei Longobardi nella provincia Valeria nel 571-574 segna la storia della Marsica con la definitiva conquista nel 591 ad opera di Ariulfo, secondo Duca di Spoleto. Della primitiva conquista della “Valeria provincia ” che unitamente ai territori dei Vestini, dei Marsi e dei Peligni, viene inserito nel territorio di Spoleto. Una descrizione del richiamo del papa Gregorio Magno che evidenzia l’uccisione per impiccagione di due monaci e la decapitazione di un “venerabilis diaconus ….. in Marsorum provincia” (Gregorii Magni, IV, 262, XII – XXIV), ci fa capire  la mancanza di un vescovo nel territorio marso, ma soprattutto la presenza di monaci probabilmente ancora addetti alla conversione dei gruppi pagani che sopravvivevano nell’interno degli insediamenti rurali appenninici.

Agli inizi del successivo VII secolo si ha nella Valeria, inserita nel Ducato di Spoleto la nascita nella Marsica di una gastaldia locale retta da un gastaldius Marsorum.
Nello stesso secolo, nel 608, un prete nativo dalla Marsica diventa papa col nome di Bonifacio IV: “Bonifatius natione Marsorum de civitate /leggi: prorvincia Valeria “(Liber Pontificalis, I, 317). Alla meta del secolo i Longobardi si cristianizzano ed iniziano a costellare il territorio di chiese dedicate a S. Angelo, come la Sancti Angeli in Arcu delle “Cese di S. Marcello”, santo armato e protettore del guerriero longobardo (Arimanno).

La conquista longobarda mette fine alle strutture amministrative romane ed anche alle primitive diocesi cristiane attestate in territorio albense.

Dei vecchi municipia di Alba e Marruvio non rimane traccia alcuna come ben descritto dallo storico longobardo Paolo Diacono, vissuto nel 720-799: “La tredicesima regione e la Valeria, ….. Le sue città più importanti sono Tivoli, Carsoli, Rieti, Forcona e Amiterno; vi si trova pure il territorio dei Marsi con il Lago Fucino” (Hist.Long., II, 20).

Dalle prime notizie dell’area fucense in età longobarda e prima età franca sappiamo che i fundi documentati in piena età imperiale romana sono in gran parte riuti1izzati dalle ecclesie e curtes di età Longobarda: dai ritrovamenti ceramici della località “Cele” potrebbe essere attestata la frequentazione del sito di Caelum dal VII secolo e per tutto l’alto medioevo (Faita 1989).

Nel 774 la gastaldia dei Marsi “infinibus Spoletii” viene conquistata da Carlo Magno e nuovamente inserita nell’ormai franco-longobardo Ducato di Spoleto.

Da questo momento iniziano le prime testimonianze sulle chiese e monasteri benedettini del territorio celanese. Da un documento redatto nell’XI secolo abbiamo l’elenco delle famiglie che il monastero di Farfa (RI) possedeva nella Marsia al tempo del duca di Spoleto Guinigio (789-822 d.C.), famiglie insediate nei fundi tardo-antichi, ora curtes, del territorio celanese: “In Segunzano et in Porciano, ecclesia Sancti Adriani cum suis pertinensis, quam tenet filius Guerrani per scriptum” (Re .Fa . V, doc.l280): e eccezionale la sopravvivenza della stessa famiglia farfense Guerra fino ai nostri giorni a Celano.

Consolidato il toponimo ORETINO (Auritino).

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Nell’859-860 ad opera di Lotario II tutti i gastaldi franco-longobardi (Ufficiale longobardo di nomina regia, incaricato di tutelare gli interessi dei beni territoriali del re provvedendo alla loro conservazione e alla riscossione dei tributi) della Marsia o “terra dei Marsi”, termine che a quel tempo indicava quasi tutto l’Abruzzo, furono nominati conti dando cosi origine ai sette comitati abruzzesi, fra i quali quello Marsicanus con i suoi famosi conti che controlleranno gli ex territori dei municipi marsi, delle colonie di Alba e Carsoli e territori limitrofi (Chron. Vult., I, 226-228).

E’ probabilmente ad uno dei primi di questi conti che si riferisce la più antica notizia sulla famosa curtis di Oretino, possesso del “filius Rainaldi comitis” nell’ 857-859 (Chron.Farf., I, 250). Nell’ anno 872, Suabilo, gastaldius Marsorum dipendente dal Ducato ancora longobardo di Benevento, riceve dall’ abate Bertario di Montecassino varie chiese appartenenti al monastero cassinese di Sancti Cosme de Civitella (Tagliacozzo) fra le quali compaiono anche le chiese del territorio celanese: “Sancti Benedicti in Auritino et Sancti Victorini in Celano et Sancti Abundi in Arcu prope lacum Fucinum.” (Chron.Mon.Casin., 93, 5-25).

La Corte è una delle sedi fucensi di castaldi marsicani già a partire dall’857-899, mentre nel 972 diventa una delle sedi principali del ramo fucense dei Conti dei Marsi di Celano, a partire da Rainaldi II, figlio del Conte Berardo I. L’ultima menzione del toponimo del fondo si ha nel 1239, poi il suo territorio entrerà a far parte integralmente del feudo di Celano e del feudo di Turris Passarum con la pesca del lago Fucino, come attestano documenti del trecento.

La curtis era sostanzialmente una villa ad economia chiusa, con una parte riservata al padrone, pars dominica, ed un insieme di fondi assegnati a famiglie di coltivatori dipendenti, la pars massaricia. La chiesa principale della Curtis, situata nella località paludi,era Sanctae Mariae in Oretino.

Dai documenti cassinesi del 941 e 981 sappiamo della donazione dei re Ugo e Lotario alla cella cassinese di Sancti Victorini in loco Telle, del monte di Celano e di tutti i possedimenti che aveva prima della distruzione dei Saraceni (Re Mon.Casin. II, n. 8). Da questi documenti si evince che una parte del pendio roccioso del monte di Celano, dove sorgeva la chiesa di S. Vittorino, era denominato Telle o Tilia dal nome del precedente insediamento fortificato italico (Tallia?) (Grossi – storia di Celano).

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E’ possibile che, vista la grande estensione delle proprietà agrarie della curtis di Oretino-Auritino, che il Sancti Benedicti in Tillia citato nelle successive fonti cassinesi sia riconoscibile nel Sancti Benedicti in Auritinor gia presente nella donazione cassinese dell’ 872 al gastaldo Suabilo: della curtis celanese conosciamo un suo abitante, “Petrus Mainonis in Auritino” che dono i suoi terreni nel X secolo alla prepositura cassinese di Santa Maria di Luco (Chron.Mon.Casin., l 83, 20).

Le chiese inserite nell’abitato territoriale agricolo della Villa Corte erano quelle di -San Flaviano, San Severino, San Benedetto e Santa Maria.

San Severino, è ancora oggi citata nella omonima strada San Severino che dal Museo Paduli o Paludi di Celano ritorna verso nord direzione Borgo Bussi;

-San Flaviano è il Colle dove sorse Celano dopo la distruzione da parte di Federico II, attestazione se ne ha anche dal documento dei beni di Ruggero II di celano nel 1387 (Questo toponimo, probabilmente è rimasto dalla presenza in loco della chiesa di San Flaviano nell’alto medioevo; chiesa probabilmente privata e costruita su probabili antichi insediamenti esistenti del periodo italico sul colle).

– Sancti Benedicti in Auritino, è posta sopra Fontegrande di Celano, se ne ha notizia fra l’856 e l’883 nella concessione dell’abate Cassinese Bertario al castaldo Marsicano Suabilo della Chiesa di S. Cosma di Civitella (Tagliacozzo) e delle chiese dipendenti. nel 1017 la chiesa è citata come “cella” di proprietà di proprietà del monastero cassinese di Sancti Benedicti in Civitade Marsicana. A metà dell’XI secolo la cella monastica è abbandonata a favore della nuova chiesa feudale di San Giovanni Caput Acqua voluta dal Vescovo dei Marsi Pandolfo. Pandolfo nel 1032 diventa Vescovo ed era filo normanno.  Nel 1076, I Normanni giungono nella Marsica dalla Val di Comino e dalla media Valle del Liri con l’intento di conquistarla (Clementi 1994, 175), e nel 1076 Berardo V affronta in battaglia Giordano, figlio di Riccardo Principe di Capua.- La battaglia fra i due si conclude con una sconfitta per Berardo, che si ritrova a doverlo omaggiare facendolo sostare a Celano. Successivamente nel 1076 Berardo V si sente umiliato dai Normanni e considera responsabile del loro arrivo il fratello Pandolfo, vescovo dei Marsi e nel 1076 fa arrestare Pandolfo. Nel 1076 I Normanni saputo dell’episodio tornano nella Marsica e riaffrontano in una nuova battaglia Berardo V, che viene nuovamente sconfitto e costretto a liberare il fratello.

– Santa Maria in Oretino era posta verso Paludi nelle immediate vicinanze della sponda del Lago.

Nella Biblioteca Apostolica Vaticana – Archivio Barberini, II, si hanno delle notizie nei quaderni degli inventari.

[Inventarium]  A.D.  1387]  (f.1)  In  Dei  nomine  amen.  Quaternus  inventarii  continens  omnia  /  et  singula  bona stabilia  que  vir  magni  ficus  /  Rogerius  Celani  comes  habet  in  Comitatu  suo  /  Celani  et  aliis  locis  extra  Comitatum  men/surata  per  mensuram  cande  nec  non  et  alia  iura  collectas,  redditus  et  prestationes  alias  quascumque  /  ac  ius  patronatus  ecclesia  rum  si  qua  fuerit,  factus  anno  Domini  mi/llesimo  trecentesimo  octuagesimo  septimo,  decime  indictionis  /  de  mandato  ipsius  comitis  est  pro  ut  infra  describitur.  In  primis  vide  licet:  (……..).  In  castro  Turris  Passarum  ( da non confondere con la Torre de Passeri nel Chietino. Infatti tale omonimia ha spesso portato alcuni storici a descrivere il territorio della contea erroneamente alla realtà).

Videlicet in primis, Habet Curia Celani comitis in  Castro  Turris passarum / cabellam baiulationis  que  cabella  est  omni  anno  carlenis  argenti  uncia  una.  Item  habet  Curia  ipsa  in  dicto  Castro  omni  anno  collectam  Sanctae  Mariae  /  de  mense  augusti  que  collecta  est  in  ducatis  de  auro  /  quinque  per  quamlibetunciam  computatis  uncias  tres  cum  di/midia.  Item  habet  dicta  Curia  cabellam  Lacus  Ficini  in  Castro  ipso  /  et  est  modo  ad  presens  in  carlenis argenti sexaginta per unciam / quamlibet computatis uncias triginta tres omni anno incipente / a festo Sancti  Andree  et  usque  ad  festum  eiusdem  Sancti  Andree.  Il  feudo  lo  ritroviamo  nella  Contea  di  Celano,  tenuta  da  Edoardo Colonna e Jacovella di Celano, nel 1424: Turris Passarum (E. Celani, Documenti vaticani per la storia della Contea di Celano. 1184 – 1594,  in  “Archivio  storico  per  le  Provincie  Napoletane ” ,  anno XVIII (1893), fasc. I., pp. 66-91.

Si riportano le  ulteriori  e  dettagliate  considerazioni:   “  Nell’altomedioevo (IX-XI secolo)  il castello era definito Oretino o Hauretino con numerose notizie come località, villa e corte marsicana,  posta presso le rive settentrionali del Lago Fucino, con le chiese di S. Maria e di S. Benedetto (Cronache cassinesi e  farfensi). Solo nei documenti della seconda metà dell’XI secolo appaiono le dizioni di Castrum Hauretino, de Oretino  Oppido e abitatores in castello de Nauretino ( G. Grossi, Celano Storia Arte Archeologia, OvindoliCelano 1998, pp. 2832).  Il  castello  fu  distrutto  dal  Conte  dei  Marsi  Berardo  III  (o  dai  Normanni),  nella  seconda  metà  delsecolo  XI (1076),  perché  rifugio  del  fratello,  filonormanno,  il  Vescovo  dei  Marsi  Pandolfo,  provocando  l’intervento  diretto  di  Riccardo di Capua (AMATO DI MONTECCASINO, c. XXV, 334336).

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Ed appare il toponimo Torre de Passeri (Turris Passarum).

Dai documenti monastici farfensi si evince che  la località, villa e corte di Oretino, prima sede dei Conti  dei Marsi, nella seconda metà del X secolo  (Rainaldo II)  e  derivata da un tardo antico fundus Oretinus, era caratterizzata da un territorio che comprendeva: la riva del Fucino,  con relativo porto e la chiesa di S.Maria (detta successivamente “in Palude”); la pianura agraria con i casali Nolano,  Gualdo, Cantalupo, Molinario e Orbente, con le chiese minori di S. Severino e S. Fraviano; la montagna della Serra di  Celano  (o  “Monte  Tino”),  con  il  castrum  e  la  chiesa  di  S.  Benedetto  (poi  diventata  sede  della  primitiva  chiesa  di  S.Francesco  di  Celano:  Iuxta  Castrum  Celani)(Grossi – www.fayllar.org/ castiglione-a-casauria-note-di-storia.html?page=4).

Dopo  la  distruzione  il  villaggio  fortificato  scompare,  assorbito  dall’insediamento  fortificato  di  Celano  (non  appare  infatti  nel  Catalogus  baronum  normanno),  per  poi  ricomparire,  col nome di Turris Passarum, fra i feudi della contea di Celano, al termine del Duecento (Ruggero I Conte di Celano),  fino all’abbandono sul finire del Quattrocento. Il luogo del castrum medievale è riconoscibile nella località “Cretaro”  di Casal Martino di Obvindoli, dove, lungo la strada che da Celano porta alla frazione di S.Potito di Ovindoli: su un  picco roccioso (quota 1166), che sovrasta il casale, lungo il sentiero che porta a “Serra dei Curti” (Serra della Curtis  [de  Oretino],  sono  i  resti  delle  fondazioni  in  opera  incerta  medievale  di  una  torre  cintata,  con  fossato  esterno  e  villaggio su terrazze, affiancato, cosparso di ceramica medievale (G. Grossi, Marsica sacra. Chiese, Celle e Monasteri. IV-XII secolo, Avezzano 2004, p. 50, nota 222).

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Altri documenti non se ne trovano col nome Torre Passeri,   eccezion   fatta   per   un   atto,   anch’esso  controverso,  datato  1278/1279,  in  cui  si  tratta  della dotazione feudale del conte di Celano, Ruggero:”castrum Castuli, Roccam de Medio, Fuscalinam, castrum Vetus, Cucullum, castrum Galiani, Robore, Polzanum, Foce, castrum T u r r i s  P a s s e r  u m, Agellum, castrum Sancti Potiti, castrum Sancte Eugenie, Ovinulum, Bisengium et alia feuda” Madonna delle Grazie di Celano, posta fuori le mura ad Ovest, è il San Giovanni Caput Acquae, fondata intorno alla metà dell’XI secolo dal Vescovo dei Marsi Pandolfo, figlio del Conte Berardo II, allora residente nel “Castrum Oretino”, (Casal Martino di Ovindoli), nelle vicinanze della chiesa Sancti Benedicti in Auretino o in Celano, chiesa diventata una delle celle alle dipendenze nel 1017 del Monastero di San Benedetto della Città Marsicana. Nalla stessa data è documentata anche cella monastica di Sancti Vittorini in Telle, o anche detta di Celano,  alle dipendenze del sottostante Monastero di San benedecti in Oretino o Celano.Nel 1059 lo stesso Pandolfo vi tumolò le ossa dei Santi Martiri Simplicio, Costanzo e Vittoriano.

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Nel XII secolo divento una delle piu importanti chiese feudali della Diocesi della Marsica, posta a contatto del grande incastellamento di Celanum dei Conti dei Marsi e la vicino Fons Aurea. La chiesa nel Duecento si salva dalla distruzione di Federico II nel 1223. Dopo però, con la nascita della nuova Celano sulla sommità del Colle San Flaviano, perde di importanza a favore della nuova Chiesa principale all’interno del centro abitato San Giovanni Battista. Nella cronaca Cassinese si fa riferimento alla “cella” in diversi documenti: nel 872 ceduta dall’abate Bertario al gastaldo Marsicnao Suabilo, insieme a San benedetto in Oretino e San Abbondio in Arcu (Celano); nel 949 – 986 con la citazxione nelle rendite delle due chiese di San Vittorino in Celano e San Benedeto in Tillia, ad altre chiese della Marsica. La Cella di San Benedetto in Telle fondata in onore di San Vittorino, fu ricostruita dal Re Ugo e Letario nel ‘941, dopo la distruzione Saracena dell’880-881, e le fu attribuita la proprietà della catena montuosa di Celano, con la comunità religiosa femminile che vi risiedeva.

La cella rimane alle dirette dipendenze di Montecassino fino al 1137, poi passata di mano in mano ad altre dipendenze SS. Cosma e damiano di tagliacozzo, forse anche a Santa Maria di Farfa. In un documento Cassinese della fine del XIII secolo, si fa riferimento alla persa “cella di San Victorini in Tilia” insieme al sottostante Monastero di San Benedetto in Tilia, di cui si ha l’ultima conferma nel 1137 dell’imperatore Lotario di Suplimburgo.

                                                       Tommaso Conte di CELANO

Dopo di ciò passiamo ai fatti che coinvolgono Tommaso Conte di CELANO, da Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 23 (1979)di Norbert Kamp.

Tommaso di  CELANO,  (Thomasius comes Celani, Albe et Molisii, Thomas comes Celanensis, Thomasius de Celano). – Figlio minore del nobile abruzzese Pietro conte di Celano, nacque probabilmente intorno al 1180; la madre, di cui ignoriamo il nome, apparteneva alla famiglia comitale dei Palearia. Nel 1194 (oppure verso il 1201), il C. sposò Giuditta, figlia di Ruggero, ultimo conte normanno di Molise, il quale riuscì a mantenere la propria posizione nei confronti degli invasori tedeschi fino al 1196.

Nel 1210, anno in cui il Conte, è ricordato per la prima volta, già collaborava attivamente a sostenere la politica del padre. Per suo incarico si recò, probabilmente all’inizio del nov. 1210, insieme al conte Dipoldo di Acerra, dalle parti di Rieti per scortare l’imperatore Ottone IV nel Regno, attraverso la Marsica e la Val di Roveto. In un diploma imperialedel gennaio 1211, emanato a Capua a favore del vescovato di Schwerin, il C. figura come testimone con il titolo di conte di Celano.

Dopo la morte del padre avvenuta nel 1212 e il contemporaneo fallimento della politica siciliana di Ottone IV causato dalla candidatura al trono tedesco di Federico II, il C., insieme col fratello Riccardo, cercò di conservare alla sua famiglia il possesso della Marca d’Ancona, concessa da Ottone nel 1211 al conte Pietro a suggello della loro alleanza. I due fratelli si opposero validamente ad Aldobrandino d’Este investito della Marca da papa Innocenzo III, il quale si vide così costretto a scomunicarli nel maggio del 1214. Forte di questa condanna Aldobrandino d’Este l’anno successivo riuscì a cacciare dalle Marche il Celano.

Neanche dopo la morte di Aldobrandino nello stesso 1215 – provocata, secondo voci che circolavano, addirittura dal veleno propinatogli dal C. -, quest’ultimo riprese la lotta per il possesso della Marca d’Ancona; si preoccupò invece di ampliare la sua signoria nel Molise e nella Marsica. In conseguenza i rapporti con il papa migliorarono: Onorio III nel 1218 chiese due volte il suo intervento, la prima per ottenere la nomina del monaco cassinese Giovanni di San Liberatore ad abate di San Vincenzo al Volturno; la seconda per superare l’opposizione del capitolo di Sant’Eusanio Forconese contro la concessione di un beneficio al nipote di un familiare pontificio.

Tuttavia negli anni che precedettero il ritorno di Federico II nel Regno di Sicilia la politica di consolidamento della signoria creata dal padre, che il C. aveva perseguito con tanto impegno, subì parecchi contraccolpi. Tra i vari motivi furono le controversie esplose tra i figli del conte Pietro.

Il temporaneo condominio nella contea di Celano sembra non aver soddisfatto nessuno dei fratelli. Alla fine il Conte riuscì a cacciare il fratello Riccardo dalla contea, ma quest’ultimo, che poté conservare solo Tocco, si rivolse al re come supremo signore feudale. Questa lite all’interno della potente famiglia al confine con lo Stato della Chiesa attirò anche l’attenzione della Curia. Il cardinale Tommaso di Capua ammonì i fratelli a riconciliarsi e si adoperò personalmente a trovare una mediazione. Quando poi, contro le sue aspettative, anche il re fu coinvolto nella controversia, gli propose di accettare le proposte del C. per evitare che egli si ribellasse apertamente. Anche il papa intervenne due volte presso Federico II a favore del Celano.22

Tuttavia all’incoronazione imperiale di Federico II nel novembre del 1220 a Roma fu presente, con molti altri conti del Regno, solo Riccardo per portare i suoi doni all’imperatore, per prestargli l’omaggio e per presentargli personalmente le sue lagnanze contro il fratello, il quale, come aveva già annunciato il cardinale Tommaso di Capua, aveva mandato solo un figlio, per chiedere la grazia dell’imperatore e il riconoscimento del suo, cioè della sua posizione giuridica nell’ambito dei feudi della sua famiglia. Ma la missione fallì. Federico II, a quanto pare, decise di contestare al C. i diritti su Celano e Albe.

Infatti, le prime misure prese dall’imperatore dopo il suo ritorno nel Regno fecero vedere chiaramente che egli era deciso ad annullare l’alienazione dei castelli e delle città dominanti le vie di comunicazione nella parte settentrionale del Regno e non era disposto a tollerare le nuove signorie feudali create da nobili famiglie dopo la morte del padre. La decisione di contestare al C. i suoi diritti preparò dunque lo scontro immediato. Concentrando nelle proprie mani le contee di Albe, Celano e Molise e controllando anche la contea di Sangro dominata dal cognato Rainaldo di Anversa, il C. costituiva uno degli ostacoli maggiori alla realizzazione del modello di dominio diretto della monarchia esposto dall’imperatore nel corso della Dieta di Capua e che infatti poté essere attuato pienamente solo dopo la distruzione della signoria del Celano.

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“La Rocca di Roccamandolfi dove si trovava la Contessa Giuditta.”

Dopo essere stati respinti dall’imperatore il C. e la moglie Giuditta, consapevoli dell’inevitabilità del conflitto, si ritirarono separatamente nei castelli molisani di Roccamandolfi e Rocca di Boiano, per aspettare le mosse successive di Federico II.

Questi, all’inizio del 1221, alla testa di un contingente di truppe, si presentò davanti a Boiano: la costrinse alla resa, ma non riuscì ad espugnare il castello dove si era asserragliata Giuditta. Con un attacco di sorpresa contro i baroni molisani passati dalla parte dell’imperatore, il C. poté riconquistare Boiano, bruciare la città, liberare la moglie e condurla sana e salva a Roccamandolfi. Mentre un giustiziere imperiale, Teodino da Pescolanciano, sin dal 1221 era impegnato nel Molise a revocare le infeudazioni, il conte Tommaso di Acerra, maestro giustiziere di Puglia e di Terra di Lavoro, per incarico dell’imperatore mosse contro il C. assediandolo nella sua ultima roccaforte di Roccamandolfi; alla fine del 1221 seguaci del C. resistevano ancora solo nella Marsica, a Torre di Celano e a Ovindoli.

Nel febbraio 1222 Federico II si presentò personalmente davanti a Roccamandolfi, ma i disordini saraceni in Sicilia lo costrinsero dopo breve tempo ad abbandonare il campo, lasciando il comando della guerra contro il C. al conte Tommaso di Acerra. Poco dopo la partenza dell’imperatore, il C. riuscì a fuggire nottetempo da Roccamandolfi. Con l’aiuto del cognato Rainaldo di Anversa raccolse nuove forze e poté costituirsi una nuova base operativa a Ovindoli, da dove riconquistò Celano. L’esercito imperiale impegnato nell’assedio di Torre di Celano fu disperso sotto la violenza degli attacchi del Celano. Con devastazioni e saccheggi il C. dette la dimostrazione del suo potere nella Marsica. Ma questi successi gli procurarono solo breve sollievo. Le truppe imperiali disponibili nel nord del Regno si concentrarono ben presto sotto il comando di Tommaso di Acerra, dell’abate Stefano di Montecassino, e dell’arcivescovo Rainaldo (II) di Capua, deceduto poi nel corso della campagna, e spostarono il teatro della guerra dal Molise alla Marsica, accerchiando il C. a Celano.

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Giuditta di Molise, che insieme al figlio resisteva ancora a Roccamandolfi, fu costretta alla resa da Tommaso di Acerra. Tuttavia non si prospettava imminente la caduta di Celano, quando Federico II, dopo i colloqui con il papa e i cardinali a Ferentino, nel marzo 1223 tornò nel Regno e si recò personalmente da Sora davanti a Celano. Il suo tentativo di indurre con l’aiuto della contessa Giuditta il C. alla resa fallì, nonostante l’imperatore, preoccupato della persistenza dei disordini in Sicilia, fosse certamente sin da allora disposto a pagare un prezzo politico per la pacificazione della parte settentrionale del Regno. Tuttavia, poco dopo la partenza dell’imperatore, i rappresentanti imperiali, tra i quali anche il gran maestro dell’Ordine teutonico Hermann von Salza, riuscirono, pare anche con l’assistenza della Curia, a trattare nei giorni immediatamente precedenti il 25 apr. 1223 un accordo che fu accettato da ambedue le parti e garantito dal papa e dai cardinali.

L’accordo prevedeva che il C. consegnasse all’imperatore Celano, Serra di Celano, Ovindoli e San Potito, conservando però per sé e i suoi eredi la contea di Molise. Con il conferimento del giustizierato nel territorio della contea, Federico II, il quale tuttavia si riservò il diritto di poter radere al suolo castelli e di conservare per sé fino al ritorno del C. Rocca di Boiano, concesse al C. l’alta giurisdizione con solo pochi limiti. L’accordo non toccava però la questione di una eventuale restituzione delle contee di Albe e di Celano. Anche ai seguaci del C., in particolare al cognato Rainaldo di Anversa, dovevano essere restituiti i feudi e i diritti. Il C. si impegnò a vivere per tre anni in esilio e a partecipare alla prossima spedizione di re Giovanni di Gerusalemme in Terrasanta. Il C. e Rainaldo di Anversa davano ognuno un figlio in ostaggio, che furono affidati alle cure di Hermann von Salza.

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Dopo la conclusione dell’accordo il C. fu accompagnato da un cardinale a Roma, insieme con la moglie, i figli e il seguito. Dapprima si trattenne per un certo tempo in Campagna presso il cognato Giovanni di Ceccano e poi si recò, nell’agosto, a Perugia, ma non in Lombardia o in Toscana come era previsto nel caso che non si fosse realizzata la spedizione in Terrasanta. Dopo la partenza del C. il giustiziere della Magna Curia Enrico di Morra fece distruggere, senza esplicita istruzione dell’imperatore, non solo il castello ma anche la città di Celano. La contessa Giuditta fu reintegrata nei suoi diritti sulla contea di Molise.

Verso la fine del 1223 il C. fu invitato da Enrico di Morra a presentarsi davanti al tribunale della Magna Curia, probabilmente perché il suo soggiorno in Campagna e nello Stato della Chiesa in genere aveva fatto sorgere il sospetto che egli stesse macchinando ancora ai danni dell’imperatore. Ma il C. non ottemperò all’invito, offrendo così a Federico II il pretesto per revocare alla Corona la contea di Molise e per incarcerare gli ostaggi, tra i quali un figlio del Celano.

Benché sin dal 1226 Onorio III prima e Gregorio IX poi rimproverassero più volte a Federico II la violazione dell’accordo del 1223 – fu addirittura uno dei punti con cui Gregorio IX giustificò la scomunica dell’imperatore nel 1227 e la condanna della sua politica successiva -, i papi non riuscirono ad indurre l’imperatore a venire ad un accordo con il Celano. Questi continuò dunque a vivere, come uno degli esponenti più in vista dell’opposizione nobiliare siciliana, nella parte meridionale dello Stato della Chiesa o a Roma, pronto a riprendere la lotta appena si fosse offerta l’occasione.

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Quando Gregorio IX nel novembre 1228 si accinse a contrastare gli attacchi di Rainaldo di Spoleto contro lo Stato della Chiesa, il C., su richiesta del papa, raccolse un esercito di 500 cavalieri nella Campagna meridionale. In occasione dell’invasione del Regno da parte delle truppe pontificie, il C., insieme ad un altro esule, il conte di Fondi Ruggero d’Aquila, comandò il contingente che sotto la guida del legato pontificio Pandolfo d’Anagni, il 15 gennaio, via Ceprano, penetrò in Terra di Lavoro e con una vittoria inaspettata davanti a Montecassino dette un colpo decisivo alle posizioni difensive del giustiziere della Magna Curia Enrico di Morra. Ma quando nel settembre 1229 Federico II, di ritorno dalla Terrasanta, si presentò davanti a Capua, il C., insieme con il re Giovanni di Brionne e il legato Pelagio d’Albano si ritirò nello Stato della Chiesa passando da Alife e Teano. Nulla comunque si sa del ruolo personale del C. durante questa campagna, ma è molto probabile che per breve tempo abbia esercitato di nuovo i suoi diritti nella contea di Molise.Durante le trattative di pace di San Germano e di Ceprano Gregorio IX chiese di dare nuova validità all’accordo del 1223 a favore del C., ma incontrò la più tenace resistenza dell’imperatore, cosicché egli si vide indotto a ripetere esplicitamente la richiesta, quando il 28 agosto 1230, da Anagni, fece personalmente le sue congratulazioni a Federico II per la pace conclusa. Mentre al conte Ruggero di Fondi nei mesi successivi fu restituita la sua contea, l’imperatore, nonostante gli appelli pontifici, rifiutò di riammettere il C. nei suoi diritti, anche se non sappiamo quali fossero precisamente le argomentazioni giuridiche che gli permettevano di sostenere questa posizione anche nei confronti del papa. Il C., che doveva dunque accingersi ad un esilio più lungo del previsto, negli anni successivi acquistò beni ad Alatri, un indizio che egli anche ora soggiornava prevalentemente nella Campagna meridionale.

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(La Fortezza di Foce, fu riutilizzata verso la fine del 1230, appunto con l’ultimo scontro fra Tommaso e Federico II).

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Quando Federico II, scomunicato nuovamente da Gregorio IX, fece occupare nel 1240 lo Stato della Chiesa, il C. nel giugno assunse il comando di una schiera di 200 cavalieri messa insieme dal papa, per soccorrere gli Spoletini nella lotta contro le truppe imperiali. Ma già prima che la città si sottomettesse all’imperatore nel giugno del 1241 il C. era tornato a Roma. Nel maggio 1241 era presente, nella chiesa di S. Clemente, a un’udienza del cardinale Raniero Capocci.

Dopo la deposizione di Federico II, il pontefice Innocenzo IV nel luglio dell’anno 1247 rinnovò al C., alla moglie Giuditta e al figlio Ruggero il beneficio della particolare protezione apostolica e restituì loro anche i feudi e i possedimenti perduti. Ma solo dopo la morte dell’imperatore fu possibile al C. rivedere ancora una volta i propri feudi. Anche se mancano notizie dirette locali a proposito, la deposizione di un testimone nel 1276 ci informa che il C. nel 1251, nei mesi precedenti l’arrivo di re Corrado alla fine di quell’anno, cercò di impadronirsi del castello di Ocre nella contea di Albe, riuscendo infatti a cacciarne Gualtieri di Ocre, che più tardi divenne cancelliere di Corrado IV e di Manfredi.

Passo di curti 008

Il Conte Tommaso morì tra il 1251 e il 1254. La moglie Giuditta è ricordata l’ultima volta nel 1247.

Dopo il ritorno di Federico II nel Regno di Sicilia, il Conte Tommaso  fu l’esponente dell’alta nobiltà che più di ogni altro si rese conto della minaccia mortale per le proprie posizioni di potere costituita dal nuovo programma politico dell’imperatore e che trasformò questa consapevolezza in un’opposizione radicale. Benché indebolito dalle discordie familiari, accettò la sfida lanciatagli resistendo per molti anni eroicamente alla monarchia sempre più forte. Visto che ogni forma di sottomissione equivaleva ad una totale rinuncia alla sua posizione, fu anche disposto ad accettare un esilio che sarebbe durato quasi trent’anni. Il suo ritorno nel 1251 dimostra infatti che egli non aveva mai rinunciato all’eredità e all’autonomia politica creata dal padre Pietro.

Dei figli, Ruggero ereditò le contee di Albe, Celano e Molise, nelle quali governò per breve tempo nel periodo tra la morte di Corrado IV nel 1254 e la restaurazione della dominazione sveva nelle parti settentrionali del Regno ad opera di Manfredi. Con Carlo I d’Angiò tornò nei suoi feudi, ma nel gennaio 1270 dovette restituire definitivamente al re Molise e Albe, venendo contemporaneamente infeudato della contea di Celano che tenne fino alla sua morte avvenuta nel 1282. Un altro figlio del C. di nome Rao era fidanzato con una nobile di Alatri; ma la validità del fidanzamento fu contestata nel gennaio del 1251 dal vescovo di Alatri.

Di Riccardo, fratello del C., si hanno notizie solo per il periodo compreso negli anni tra il 1212 e 1220. Fu erede del padre nella contea di Celano, che tuttavia dovette dividere a quanto sembra con il C., e nella signoria di Tocco Caudio. Combatté inizialmente con il fratello per il possesso della Marca d’Ancona, per cui fu scomunicato dal papa nel 1214, ma ben presto la questione dell’eredità di Celano dovette dividere i due fratelli. Dopo essere stato cacciato dal C. da Celano, si rivolse direttamente a Federico II in occasione della sua incoronazione imperiale a Roma nel novembre del 1220 e ottenne con doni e la sottomissione spontanea la grazia dell’imperatore. Non si sa tuttavia se Federico II gli restituisse i suoi diritti comitali, visto che dopo il 1220 non si hanno più sue notizie.

                      Un dubbio mi assale:  siamo quelli del 1223 ? Siamo Marsi ?

Chi siamo, da dove veniamo? Un atroce pensiero mi assale. Guardo da anni relazioni, scritti di storici antichi e moderni. Trovo dei passaggi inediti. Vado a Malta e cerco li le mie radici ma le ricerche mi rimbalzano qui, dove vivo.

Arrivo ad una conclusione drastica, drammatica, sembra che non abbia radici solide qui a Celano il popolo Celanese. Come se i nostri conterranei del 1223 non fossero mai tornati in patria.

Se è vero che il popolo diventa tale dal territorio che occupa, come a dire che l’ambiente plasma l’uomo, è anche vero che l’uomo contribuisce notevolmente alla modifica del territorio. Si può tranquillamente dire quindi, che un popolo anche se non ha dei natali antichissimi, possa rispecchiare a pieno quello che era stato centinaia di anni prima chi abitaca quel territorio. Quindi anche se i Celanesi non fossero mai tornati in patria, noi siamo sempre quelli che per 974 anni occupiamo ed abbiamo contribuito alla conferma che il Popolo Marso è stato un popolo fiero ed indomito.

Nonostante già mi sentissi parzialmente appagato, arriva una svolta.

Confrontando scritti dell’epoca da Riccardo di San Germano (ma non solo la prima (Chronica prior) dove i più hanno attinto, ma alla vera e propria opera di storiografia (Chronica Maiora), e cioè da dove fa  iniziare le vicende 1189, morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino e protraendole fino alla sua morte), ed altri che hannno scritto del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia, dei Castelli del Meridione, del Contado del Molise, dei Conti dei Marsi e del Meridione d’Italia  etc. etc. vedo una luce.

Ecco, siamo quello che più possa rappresentare il popolo Marso. L’Unione di tutti i popoli del bacino lacustre (che furono chiamati ad occupare ricostruire e popolare la mancanza dei cittadini esuli a Malta), ed una moltitudine di Celanesi fuggiti insieme al Conte Tommaso nello Stato Pontificio rientrata dall’esilio, a ripopolare la terra natia.

nel 1227 nessun Celanese potè rientrare in patria da Malta ed in Sicilia non c’erano, perchè era stato solo un campo provvisorio per poterli poi stipare nella nave che li trasportò a Malta.

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Quindi quì Riccardo di San Germano parla dei Celanesi d’esilio in Sicilia e non da Malta. Ma nella Sicilia per i celanesi ci fu solo l’approdo per andare a Malta come confermerà nella Chronica Majora.

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Qui la conferma che i Celanesi andarono tutti a Malta per supplire alla scarsa popolazione di fede cristiana, in quanto la maggioranza come si vedrà poi da un rendiconto di Gilberto Abate del 1241, la maggioranza delle famiglie erano di fede musulmana. (Il documento è a Marsiglia, Archivi départementales des Bouches du Rhône, B 175, f. 14 verso – 15 recto ( 78.). E ‘stato pubblicato da E. Winkelmann nel 1880, [1] e successivamente ripubblicato, senza commenti, la prima volta da A. Mifsud [2] e di nuovo, con una serie di omissioni e di traduzione di tanto in tanto di insoddisfacente inglese, di C. Dessoulavy.)

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Per quanti non ne fossero convinti, chiaramente una contea ed un paese da riedificare, non poteva essere gestito senza abitanti, e quindi furono lì portati altri abitatori dai luoghi vicini per riedificarlo al colle san Flaviano e rispettando il patto dell’Imperatore si chiamò sino alla sua morte Cesarea, per essere “rei” verso “cesare”….

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Per altri scettici compreso me stesso, Celano fù ripopolato da altre genti, chiaro è  che Tommaso era in esilio e Celano era tornata ad essere abitata e i Celanesi erano a Malta… Quindi ???

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Altra attestazione che in Sicilia ci passarono solo per andare a Malta.

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Riccardo di San Germano, nel 1223 e nell’anno seguente di sicuro non fu presso l’imperatore e’ verosimile piuttosto che non si sia mosso da s. germano, o per lo meno dal suo ufficio, in quanto non essendo molto lontano, gli consentiva di tornarvi spesso. Infatti quando egli scrive nella sua cronaca: a v stante die mense decembris „, 1223, un certo Urbano giudice e notar Giovanni di Teano portarono in S. Germano l’ordine dell’imperatore di raccogliere trecento onze nelle terre del monastero, per sopperire alle spese di guerra contro i ribelli saraceni di Sicilia, si ha l’impressione quasi dell’immediatezza della nota cronistica del fatto, e forse anche la nota seguente relativa alla raccolta dei superstiti della distrutta Celano, mandati nel maggio ’24 in Sicilia dall’ordine dell’imperatore, egli la scrisse nel 1225 un tempo lontano dall’avvenimento. Infatti la prova della non presenza di Riccardo si ha dal fatto che solo nella seconda cronaca pare seppe che i celanesi erano stati dalla Sicilia trasferiti a Malta.

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Una provvisoria conclusione ce la dà la lettera di Marino Baccone del 1252 diretta a Papa Innocenzo IV dove chiede di intervenire presso il padrone di Malta per le sofferenze sofferte dai Celanesi, in quanto anche suo padre Andrea Baccone mori in quelle carceri dopo anni di sofferenze perchè fedele a Santa Romana Chiesa. Chiaro, la lettera di Marino era diretta al Papa per riottenere i terreni ed i beni appartenuti al padre morto in Malta: Occorerebbe sapere se Marino era stato anche lui a Malta e poi ritornato, oppure era fuggito con gli altri nello Stato Pontificio insieme al Conte Tommaso e poi ritornato con lo stesso Conte appena l’Imperatore diede il benestare…… Insomma, ancora occorre avere altri indizi, anche se io dopo il mio viaggio a Malta, e dopo aver letto la relazione degli archeologi che hanno studiato la Cappella di Hal Millieri, la mia tesi me la sono fatta, ed è quella che i Celanesi di Malta non sono potuti più tornare in patria. Primo perchè Malta nel 1227 non era più nelle grazie dell’Imperatore Federico; secondo, perchè nessun signore dell’isola avrebbe dato un nullaosta al rimpatrio pagando somme di denaro per una barca e viveri togliendosi forzxa lavoro a costo zero; terzo, perchè togliere una popolazione Cristiana dall’isola di malta, avrebbe significato un notevole incremento di popolazione di fede musulmana a fronte di popolazioni Cristiane, e questa cosa non andavabene nemmeno al Papa.

Infatti, Riccardo di san Germano scrive dettagliatamente: “ai Celanesi di Sicilia, fu permesso di tornare in patria”. Ma in Sicilia di Celanesi non ce n’erano, perchè erano tutti a Malta.

Lo so, è drammatico, spero abbia delle smentite documentate. Una cosa è certa Celanesi erano coloro che ricostruirono Celano dopo il 1223 insieme ad altri Marsicani, e Celanesi erano quelli rimasti a Malta. Ora sta a noi mettere un altro tassello alla “Nostra” storia e portare a termine altre ricerche, ma non di scopo “commerciale” dando una ipotetica quanto inaccettabile comunanza con Zejtun che assolutamente nessun atto ufficiale e nè ufficioso possano confortarla.

A mio parere l’unico luogo possibile è il villaggio ormai distrutto di Hal Millieri e la sua  Cappella dell’Annunciazione.

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E veniamo a COLLE SAN FLAVIANO con la nascita del Castello e dell’odierno CELANO.

E’ del 1225 la venuta nella Celano distrutta di S. Francesco, probabilmente su suggerimento del “BEATO” (per acclamazione di popolo) TOMMASO da CELANO suo seguace e primo biografo.
TOMMASO,  nato a Celano fra il 1185-90 morì nel monastero di S. Giovanni in Val dei Varri il 4/10/1260, aveva aderito all’ordine nel 1215 e nel 1222 era andato in Germania ad organizzarvi le custodie francescane.
Al suo ritorno aveva trovato la sua patria distrutta e secondo alcune ipotesi avrebbe in quella occasione composto il Dies Irae. Vedi la scheda del blog https://giancarlosociali.wordpress.com/2016/12/10/tommaso-da-celano-ed-il-grande-rogo-medioevale/

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Nel 1229 di nuovo la Marsica viene rioccupata dalle truppe federiciane durante l’invasione dell’Aprutium delle truppe pontificie di Gregorio IX condotte fra gli altri anche dal Conte Tommaso di Celano (ne abbiamo parlato anche prima). La Marsica torno in mano di Federico II ad esclusione della Rocca di Foce (Monte Secine) che solo nel 1230 cadde ad opera di Bertoldo fratello del duca di Spoleto: in questa occasione viene citato un Oddone come conte di Celano. Lo stesso Bertoldo, nel 1231, riceve l’ordine di radere al suolo le fortificazioni sommitali della Serra: ” Serra super Cnelanum firmata, jussu Imperiali dirutur” (R ccardi Chronica) (Santoro 1988, 107).

L’appoggio dato in precedenza e la vittoria angioina dei Campi Palentini del 1268 con la fine di Corradino di Svevia, porta Ruggero, a riavere nel 1270 (pagando una forte somma) la contea ed ottenere anche il possesso di Rocca di Mezzo. Questo ritorno di un Berardi a Celano permette ai Celanesi che si erano allontanati e risiedevano all’Aquila ed altri parti d’Abruzzo, per colpa della politica federiciana e angioina di annullamento della contea celanese, di ritornare nella nuova “Cittadella” (Brogi 1900; Colapictra 1978).

Abile fu la politica di Ruggero estendendo i suoi poteri verso est, e con lui che la nuova Celano si struttura a forma di castello-recinto (“La Cittadella”) sul Capo del Colle con il recinto dotato di torrette rompitratta rettangolari “a scudo”, tre porte (le successive porte dette “S. Angelo”, “S. Francesco” e “Porta falsa del Castello”), una torre-mastio quadrata sulla sommità ed il palatium di Ruggero sul margine sud.

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In quegli anni, si vede quindi lo sviluppo della vocazione pastorale del feudo celanese, soprattutto nel 1289 quando il conte di Celano dona la chiesa di S. Maria dei Seniori, posta nella pianura sottostante di Celano (la vecchia S. Maria in Monterone) alla pastorale abbazia celestina di S. Spirito in Morrone. In quegli anni, i Celestini della vecchia sede eremitica dei “Casareni di S. Marco”, posta sotto Monte Etra vicino al Vado Castello del Sirente, sede restaurata e modificata dal discepolo e biografo di Pietro del Morrone (Celestino V) Bartolomeo di Trasacco prima del 1304 (Moscati 1956).
Nasce la chiesa di San Giovanni Battista   e dalle decime vaticana del 1308 si evince : “Prepositus S. lohannis de Celano tam pro se quam pro clericis sibi subiectis pro prima decima unc. I tar. XXII 1/2” (Sella 1936, 23); Sussidi Caritativi = “Ab Ecclesia Sancti Joannis de Caelano, auri unciam unam. – Ab Ecclesia Sancti Joannis de Caelano, grani quartaria quinque ad mensuram Caelani” (Di Pietro 1869, 99).

Nel 1328 i Celestini dei “Casareni di S. Marco” di Aielli si spostano dalle sedi alte del Sirente nel feudo di Foce per volere di Pietro, figlio di Ruggero, ed edificano il nuovo monastero di Sancti Marci in Fuce nell’interno delle Gole di Aielli-Celano (Micati 1996 212-214), sopra la “Fonte degli Innamorati” a contatto con la vecchia chiesa di Sancta Maria intra Fauces. Sempre Pietro inizia l’edificazione della nuova chiesa castrale di S. Francesco con l’annesso convento dove i Francescani si trasferiranno nel 1345 a contatto della nuova e seconda cinta muraria (gradonata sul versante sud), le “Mura nuove” con le sue cortine scarpate, e la vicina porta che dalla chiesa prenderà il nome (Colapietra 1978).

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Eremo di San Marco ai Casaleni – Mandritti (Aielli).

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San Marco alle Foci (Monastero).

Con il  figlio di Pietro, Ruggero II, la contea celanese acquista maggiore solidità con le opere di fortificazione attuate nei vicini feudi “…. In Celano habet curia dicti comitis Celani /Ruggeri J castrum seu fortelitium in dicta terra Celani in loco ubi dicitur lu colle de S. Flaviano”;
La politica paterna verrà seguita dal figlio Pietro II, che nel l390-91 univa alla contea celanese anche i feudi di Ortona, Carrito, Arciprete di Ortucchio e Paterno con il ritorno di Celano verso il Fucino e la sua attivita piscatoria (Celani l893). Lo stesso Pietro iniziera nel 1392 la costruzione del mastio del nuovo castello di Celano e della chiesa di Sancti Michaelis Arcangeli con l’annesso Monastero ricavato nel suo palatium dove i Celestini di S. Marco alle Foci si trasferiranno nel dicembre del 1396, l’importanza del Monastero è confermata dalla fiera che si svolgeva in maggio sul piazzale antistante la chiesa, fiera ottenuta dal conte Pietro nel 1399 dal re Ladislao (Moscati 1956, 119; Corsignani 1738, Ia, 618-20).
Gli inizi del XV secolo vedono dunque Celano come il piu grande centro feudale della Marsica con la sua vocazione prevalentemente pastorale attuata attraverso una transumanza “verticale” ed “orizzontale” indirizzata verso i pascoli estivi dell’Altopiano delle Rocche ed i pascoli invernali della Puglia e dell’ Agro Romano raggiungibili tramite il percorso della vecchia via Valeria.

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La morte di Pietro III Ruggeri porta alla direzione della contea celanese sua figlia Jacovella, ultima erede dei Conti di Celano che andò in sposa nel 1424 al deforme Edoardo Colonna, nipote di Martino V. Il matrimonio mai consumato fra Iacovella e il Colonna porto la contessa celanese a chiedere l’annullamento al papa Eugenio IV e successivamente ad andare in sposa, nel 1433, al vecchio Giacomo Caldora uno dei primi capitani del tempo e feudatario fra i più potenti del Regno di Napoli con feudi che andavano dalla Valle Peligna alla Puglia (Celani 1893).
Giacomo morì nel e Iacovella riuscì nuovamente a sposarsi nel 1445 con il filo-angioino, ma giovane, Leonello Acclozamora figlio di una sorella del Caldora. Il nuovo potere aragonese riconobbe i suoi possessi e li potenzio con l’istituzione nel 1447 della “Dohana menae pecudum Apuliae” (“Dogana delle mena delle pecore in Puglia”) e successivamente con l’apertura del Regio Tratturo di Celano-Foggia, uno dei tre tratturi Alfonsini che dall’Abruzzo portavano in Puglia (Colapietra 1972).

La nuova potenza economica porta Leonello a potenziare e completare nel 1455 il castello dopo aver dato ordine nel 1451 di demolire le case vicine al castello allo scopo di isolarlo (Corsignani 1738, Ia, 592). Le trasformazioni urbanistiche attuate dall’Acclozamora furono seguite della abolizione del diritto feudale di un terzo sui prezzi da pagare in caso di compravendita o nuove costruzioni di case ed anche dalle immunità fiscali per i possessori di greggi hno a 400 capi e la diminuzione dell’imposizione da 25 a 20 carlini a centinaia di capi d’eccedenza (Colapietra 1978). Nello stesso anno (1451) Leonello ne terminava la facciata e confermava ai Celestini la chiesa di S. Michele Arcangelo dove, “in arduis fidelis”, sara seppellito nel 1460.

Ma una più  costante attenzione fu rivolta dall’Acclozamora verso il futuro convento francescano di Sancta Maria Vallis viridis, da edificare in “luogo sufficiente” gia donato in precedenza da Iacovella nelle vicinanze di fertili campi coltivati: una lettera del 3 agosto del l455 inviata da Leonello a S. Giovanni da Capestrano che si trovava in Ungheria ci fa comprendere la richiesta urgente di avere frati per un nuovo convento (Corsignani 1738, 592).

La morte di Leonello lascia Iacovella sola a governare la grande contea celanese: e del 1461 il completamento del secondo piano del mastio e dei tre grandi torrioni cilindrici angolari della cinta del Castello sul versante del “burgo”; probabilmente si deve alla stessa contessa il grande bastione cilindrico angolare con base scarpata della chiesa di S. Francesco. Ma purtroppo il figlio di Jacovella, Ruggero si oppose al potere della stessa madre assediando e catturando la madre nel Castello di Gagliano Aterno, e  la condusse in prigione nel novembre del 1462 nella rocca di Ortucchio al fine di poter avere il tesoro della contea da poter utilizzare per il pagamento dell’assedio posto dall’amico Piccinino a Sulmona.

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Questo grave ed innaturale conflitto fra madre e figlio, costrinse Re Ferdinando d’Aragona a togliere loro la Contea , e all’assegnazione alla madre del solo contado di Venafro in Puglia. Successivamente,  la Contea andava il 12 febbraio del 1463 ad Antonio Todeschini Piccolomini, nipote di Pio II (Enea Silvio Piccolomini) e da poco sposato con Maria D’Aragona, figlia del re di Napoli (Colapietra 1978).

L’anno dopo lo stesso Pio II concedeva a suo nipote 1’investitura della Contea dei Marsi (A.S.C). Antonio Piccolomini di Aragona, conte di Celano, duca di Amalfi e gran giustiziere del Regno di Sicilia (“Antonius. Picholomineus. de. Aragonia. Amalfiae. dux. atq(ue).Celani. comes. Regni. Siciliae magister iusticiarius”) nel 1483 fece rifiniture e modifiche al castello di Celano e nel 1488 a quello di Ortucchio come si evince dai simboli delle mezzelune e dalle iscrizioni documentate, iscrizioni che confermano i conflitti evidenti fra i nuovi feudatari ed i vecchi agricoltori e pescatori fucensi vittime della politica armentaria dei grandi feudatari toscani e laziali: “Non e a caso che i Piccolomini di Celano e gli Orsini di Tagliacozzo, nelle loro splendide dimore rinascimentali, nella consapevolezza di una scelta risolutiva da essi effettuata, rispettivamente 1’armentizia e Roma, siano anche coloro che, a distanza di pochissimi anni edificano i castelli di Ortucchio e di Avezzano, nel 1488 il primo Piccolomini “per mantenere i terrazzani all’obbedienza”, nel 1490 il secondo Gentile Virginio Orsini “a sterminio dei sediziosi.” (Colapietra 1978, 33).
I Piccolomini continuano ad investire lungo la direttrice transumante del tratturo Celano-Foggia con la creazione anche nel pieno cinquecento con la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Collarmele (Colapietra 1978). Sul finire del medioevo l’economia celanese delle classi emergenti legate alle fortune dei Piccolomini e sempre più indirizzata alla montagna ed al tratturo con una società pastorale che si amplifica a dismisura a scapito delle numerose e povere classi subalterne di “terrazzani” (agricoltori) e pescatori, inurbate e tenute a freno dal castello dei Piccolomini con il suo carcere e dagli abati di S. Giovanni Battista asserviti ai potenti feudatari.
Per approfondimenti ulteriori vi riporto alla storia di Celano sul sito Web del Comune.

 

Giancarlo Sociali

 

Fonti e Bibl.: Arch. Segr. Vatic., RegVat. 21, f. 456, (V, 162-163), Arch. di Stato di Siena, Spedale SMaria della Scala, 1241 maggio 22; L’Aquila, Bibl. prov., ms. Antinori 8: A. L. Antinori, Annali, VIII, ff.286-288; L. A. Muratori, Delle antichità Estensi, I, Modena 1717, p. 417; J.-L-A. Huillard-Bréholles, Historia diplomatica Friderici II, Paris 1852, I, 2, pp. 929-932; II, 1, pp. 357-60, 596; III, pp. 33, 54, 158, 212, 218, 224-226; L’Estoire de Eracles Empereur, in Recueil des historiens des CroisadesHistoriens occidentaux, II, Paris 1859, p. 373, 378; Annales SIustiniae Patavinae, in MonGermHist., Scriptores, XIX, a cura di G. H. Pertz, Hannoverae 1869, p. 151; Epistolae saecXIII e regestispontificum Romanorum selectae, in MonGermHist.,a cura di C. Rodenberg, I, Berolini 1883, pp. 220 n. 296, 286-288 nn. 370-71, 318-20 n. 399, 333-336, nn. 415-16; E. Winkelmann, Acta Imperii inedita, I, Innsbruck 1880, pp. 232 s. nn. 255-256, 478 s. nn. 596-97; II, ibid. 1885, p. 681 n. 1014; J. F. Böhmer-J. Ficker-E. Winkelmann, Regesta Imperii, V, Innsbruck 1881-1901, nn. 444, 1202a 1393a, 1477a, 1484-86, 1817, 6169, 6404, 6715, 6721, 6729, 6759, 6817, 7846, 12640-12642; E. Berger, Les registres d’InnocentIV, Paris 1884-1921, nn. 3211 s.; P. Pressutti, Regesta Honorii Papae III, Roma 1888-1895, nn. 1642, 1707, 5967; L. Auvray, Les registresde Grégoire IX, Paris 1890-1955, nn. 166, 181, 333, 382, 415, 421, 428, 2482, 6153; Rolandini Patavini Chronica, in RerItalScript., 2 ed., VIII, 1, a cura di A. Bonardi, p. 26; ChroniconMarchiae Tarvisinae et Lombardiaeibid., VIII, 3, a cura di L. A. Botteghi, pp. 5 s.; Burchardi praepositi Urspergensis Chronicon, in MonGermHist., Scriptores rerum Germanicarum in usumscholarum, XVI, a cura di O. Holder Egger-B. von Simson, Hannoverae-Lipsiae 1916, pp. 115, 124; Annales Siculi, in RerItalScript.,2 ed., V, 1, a cura di E. Pontieri, p. 117; DieAktenstücke zum Frieden von SGermano 1230, in MonGermHist., Epistolae selectae, IV,a cura di K. Hampe, Berolini 1926, pp. 27-30, 77-79; Ryccardi de Sancto Germano Chronica, in RerItalScript., 2 ed., VII, 2, a cura di C. A. Garufi, pp. 32, 83, 94, 101-103, 107-110, 152 s., 206; C. Salvati, Le pergamene della Società napoletana di storia patria, II, Napoli 1966, pp. 35 s. n. 7; E. Winkelmann, Philipp von Schwaben undOtto von Braunschweig, II, Leipzig 1878, pp. 259, 407, 409; L. De Persiis, Del pontificato di sSisto I papa e martire…,Alatri 1881 pp. 232 s.; E. Winkelmann, Kaiser Friedrich II., I, Leipzig 1889, pp. 128, 137 s., 187, 189, 202-204, 280, 322, 336, 550 s.; II, ibid. 1897, pp. 32, 44 s., 195 s., 207, 493; T. Brogi, La Marsica anticamedioevale e fino all’abolizione dei feudi, Roma 1900, pp. 195-206; F. Terra Abrami, Cronistoria dei conti de Marsipoi detti di Celano, in Bolldella Socdi storia patria ALAntinorinegli Abruzzi, XVI(1904), pp. 161-166; E. Sthamer, Die Verwaltung der Kastelle im KönigreichSizilien unter Kaiser Friedrich IIund Karl Ivon Anjou, Leipzig 1914, pp. 6 s.; E. Kantorowicz, Kaiser Friedrich II., I, Berlin 1927, pp. 106, 108 s., 132; Suppl., Berlin 1931, pp. 45 s.; E. M. Jamison. The Administrof the County of Molise in the XIIth and XIIIth Century, in TheEnglish Historical Review, XLIV (1929), pp. 533, 543 s., 546, 548; XLV (1930), pp. 25-28; Id., I conti di Molise e Marsia nei seccXII e XIII, in Atti e memorie del Convegno storabruzzesemolisano2529 marzo 1931, I, Casalbordino 1933, pp. 76, 110, 120-132, 164 s. n. 9, 178 n. 15; D. Waley, The Papal State in the ThirteenthCentury, London 1961, p. 63; W. Hagemann, Studien und Dokumente zur Geschder Markenim Zeitalter der Staufer, IV, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken, XLIV (1964), pp. 198, 247-249 n. 25; H. Tillmann, Azzo von Este Markgraf von Ancona und Graf von Loreto, in Historisches Jahrbuch, LXXXV(1965), pp. 29, 35 s., 38; N. Kamp, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien, I, 1,München 1973, pp. 30 s.,  Grossi – storia di Celano….