I Concorsi pubblici “padani” sbarcano al Centro-SUD.

Bisogna svolgere le prove per un concorso nella pubblica  amministrazione di “vattelappesca”. I candidati sono cinque: uno solo è proprio di Vattelappesca, il secondo è di Paramparampappero,  il terzo di Paramparampapì, il quarto di Piriporopo e il quinto di Piropiripì. Hanno la stessa età e presentano lo stesso titolo di studio: la laurea in “merendine”. Chi si sceglie? Il Vattelappeschese, naturalmente. Nel solco dell’idea che la Padania sia dei padani, la Lega fece appena fatto in tempo a suggellare con un emendamento a una legge delega al governo in materia di lavoro il criterio della territorialità.

Bene. Forse male in verità, giacché l’offerta di lavoro, più consistente al nord, allarga invece di restringere il fossato che divide le due Italie. Un torinese o un milanese, un bolzanino o un triestino con una laurea e un centodieci e lode avranno molte più chance di un loro pari grado di Messina o di Napoli, di Bari o di Cagliari.

Ma è il federalismo, bellezza. E bisogna farci i conti.

I conti si potrebbero fare se i numeri fossero pari per tutti. Perché, e adesso lo vedremo, prendere un dieci in una scuola di Vibo Valentia equivale a uno striminzito sei in un’altra di Torino. Checché ne dica la Gelmini, i numeri sono una variabile dipendente dalla latitudine e – soprattutto – dalla lingua.

I deputati leghisti (onorevoli Caparini, Fedriga, Munerato, Bonino) vollero rafforzare il criterio della territorialità e in una breve, forse annoiata seduta della commissione Lavoro, hanno chiesto e ottenuto l’approvazione di un sub-emendamento (il 37.2) che si aggiunge a quello nel quale si statuisce che “costituisce titolo preferenziale la residenza nelle regioni per i posti ivi banditi”.

E’ infatti stata approvata la seguente norma: “I bandi stabiliscono che nella formazione delle graduatorie non si tenga conto del punteggio del titolo di studio”. Proprio così: un asinello e un cervellone pari sono. Fa premio l’anagrafe, il certificato di residenza.

E dunque, ritorniamo al nostro ipotetico bando di concorso per Vattelappesca: sono in cinque a concorrere. Dei cinque, mettiamo, quattro hanno conseguito una laurea col massimo dei voti e anche la lode. Uno solo, purtroppo, ha arrancato negli studi e si è liberato male dell’università: minimo dei voti. I primi quattro però non sono piemontesi. Il quinto invece sì. A chi andrà il lavoro? Ma naturale! All’asinello piemontese: conosce il dialetto, è nato proprio sotto la Mole, ha diritto, per vicinanza con l’ufficio, a quel posto.

Il merito conta ma non troppo. Sopravanzato, nella breve, distratta riformulazione dei valori su cui l’Italia è fondata, dalla carta d’identità. Vuoi lavorare? Dimmi dove sei nato.