Cani randagi investiti la “Cassazione” finalmente mette i paletti.

 

Già nel 2015 i dati ufficiali parlano di 2.435 cani investiti e quasi 500 sono morti, senza contare i danni subiti dai veicoli e le ferite riportate dai conducenti. Finalmente la Suprema Corte ha messo dei paletti per tutti quelli che costringevano i Comuni (leggi pure cittadini), a pagare per i cani randagi, adducendo alle ASL ed agli Enti locali l’incuria nel catturare e detenere i cani randagi e quindi come responsabilità oggettiva a pagare i relativi danni. Oggi non è più così, infatti la corte di cassazione Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 14 maggio 2018, n. 11591 ha chiarito concetti fondamentali e soprattutto che la colpa se non diversamente provata è all’inizio sempre di chi conduce e vengo al punto:

I fatti raccontati ed inseriti nella richiesta dio rimborso implicano a prima vista una  responsabilità di cui all’art. 2054 c.c. che disciplina il risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e rientra nel più vasto ambito della responsabilità extracontrattuale. Vero è che i criteri generali in tema di responsabilità extracontrattuale sono dettati dall’art. 2043 c.c., che costituisce norma cardine della responsabilità extracontrattuale e che, ai fini della configurabilità dell’obbligo risarcitorio, richiede la presenza di un fatto causativo di un danno ingiusto connotato, sul piano soggettivo, dalla colpa o dal dolo di chi lo ha commesso,  elementi questi, che devono esser provati da chi agisce in giudizio domandando il risarcimento del danno subito.

In ogni caso, il nostro codice civile prevede una disposizione ad hoc relativa alla responsabilità civile connessa alla circolazione di veicoli; disposizione che contiene alcune particolarità rispetto alla fattispecie generale di cui all’art. 2043 c.c. L’art. 2054 c.c., difatti (dedicato proprio alla « circolazione dei veicoli»), prevede, al comma 1, l’obbligo per il conducente di un veicolo di risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo stesso, « se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno».

È questione controversa quale sia il criterio di imputazione della responsabilità regolata dalla citata disposizione: v’è chi ritiene che si tratti pur sempre di una responsabilità per colpa, chi, invece, parla di responsabilità oggettiva, chi, ancora, di responsabilità semioggettiva.

Chi ritiene che si tratti di responsabilità oggettiva evidenzia come, sul piano normativo, si richieda, ai fini della prova liberatoria, la dimostrazione della condotta prudente e diligente del conducente, ma come, in concreto, parte della giurisprudenza sia solita richiedere la prova di un fatto che interrompa il nesso di causalità ovvero del fatto del terzo o del caso fortuito, elementi, questi, esterni alla condotta del conducente e, quindi, al profilo colposo.

Un’ulteriore impostazione, invece, individua il criterio di imputazione della responsabilità in parola pur sempre nella colpa. Si tratterebbe, infatti, di un’ipotesi di c.d. responsabilità aggravata: la circolazione dei veicoli (senza guida di rotaie) costituisce «attività pericolosa», con la conseguenza che il legislatore ha scelto di derogare al principio generale secondo cui è il danneggiato, al fine di ottenere il risarcimento del danno, ad essere onerato della prova non solo di aver subito un danno, ma anche del nesso di causalità tra fatto e danno (ovvero, in pratica, che il danno è stato cagionato dal soggetto dal quale si pretende di essere risarciti), nonché della colpa (o del dolo) del danneggiante, e nello specifico vero è che il conducente ha subito un danno materiale all’autovettura, ma è altrettanto vero che il cane, in quanto essere animato e non inteso come bene materiale sia morto. Nello specifico ancora, se il cane avrebbe avuto un padrone, questi poteva esso stesso a richiedere il risarcimento per il danno subito dal cane se non fossero intervenute prove evidenti dell’azione del conducente tesa ad evitare tutti i pericoli quali potevano essere la velocità, la distrazione, etc.etc. .  Cose non possibili nel caso specifico determinare.

Il medesimo art. 2054 c.c. dispone poi, al comma 2, che «nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subìto dai singoli veicoli.

Nello specifico, il diritto in tema di danni causati da un animale su strada pubblica ai fini dell’affermazione della responsabilità degli enti (qui Comune ed Asl) è necessaria la precisa individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile agli stessi. Ciò implica che non è possibile riconoscere una siffatta responsabilità semplicemente sulla base della individuazione dell’ente cui la normativa nazionale e regionale affida in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, in mancanza della puntuale allegazione e della prova.

Il principio è stato affermato dalla Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 14 maggio 2018, n. 11591, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato con rinvio, in relazione ad esso (regime delle spese) quanto già deciso, nel caso de quo, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere quale giudice d’appello.

Sui punti controversi, in particolare il secondo, la Suprema Corte ha osservato che il motivo è infondato, poiché “ai fini dell’affermazione della responsabilità degli enti evocati in giudizio è necessaria la precisa individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile agli stessi. Ciò implica che non è possibile riconoscere una siffatta responsabilità semplicemente sulla base della individuazione dell’ente cui la normativa nazionale e regionale affida in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, in mancanza della puntuale allegazione e della prova”.

Tale onere spetta all’attore danneggiato, in base alle regole generali e consiste nella allegazione e successiva dimostrazione della condotta obbligatoria esigibile dall’ente (nel caso di specie, omessa), e della riconducibilita dell’evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria e ciò in base ai principi sulla causalità omissiva.

Questo equivale a dire che, applicandosi i principi generali in tema di responsabilità per colpa di cui all’art, 2043 c.c., non è sufficiente – per affermarne la responsabilità in caso di danni provocati da un animale randagio – individuare semplicemente l’ente preposto alla cattura dei randagi ed alla custodia degli stessi, non essendo materialmente esigibile – anche in considerazione della possibilità di spostamento di tali animali – un controllo del territorio così penetrante e diffuso, ed uno svolgimento dell’attività di cattura così puntuale e tempestiva da impedire del tutto che possano comunque trovarsi sul territorio in un determinato momento degli animali randagi.

Occorre dunque che sia specificamente allegato e provato dal richiedente il risarcimento, che  nel caso di specie, la cattura e la custodia dello specifico animale randagio che provocato il danno era possibile ed esigibile, e che l’omissione di tali condotte sia derivata da un comportamento colposo dell’ente preposto (ad esempio perché vi erano state specifiche segnalazioni della presenza abituale dell’animale in un determinato luogo, rientrante nel territorio di competenza dell’ente preposto, e c’è nonostante quest’ultimo non si era adeguatamente attivato per la sua cattura).

Diversamente, si finirebbe per applicare ad una fattispecie certamente regolata dai principi generali della responsabilità ordinaria per colpa di cui all’art. 2043 c.c., principi analoghi o addirittura più rigorosi di quelli previsti per e ipotesi di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli artt. 2052 e 2053 c.c.

Quindi??? PRUDENZA… tanta prudenza.

Giancarlo Sociali