Il Massacro del Sud e l’usurpazione delle Provincie Meridionali.

Facendo mie le parole dell’Onorevole Manna , unico e solo politico a ricercare la verità sull’Unità d’Italia espongo:

In Italia, vige tuttora il più ostinato e pavido top secret su quasi tutti i documenti comprovanti gli intenzionali bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni, per lo più inermi, delle “usurpate province meridionali” dal tempo della camorristica conquista di Napoli a quello della cosiddetta “breccia di Porta Pia” (praticata dai papalini dal di dentro delle mura leonine). top secret voluto, evidentemente, dai grandi custodi di quell’epoca di scelleratezze e di razzie che prese il nome di “Risorgimento italiano” e della quale il sud paga sempre più a caro prezzo le conseguenze; considerato altresì che nell’assoggettato ex reame libero e indipendente va assumendo, finalmente, sempre più vaste proporzioni quel processo di revisione e di demistificazione della storia scritta dai vincitori (tuttora ufficiale!) che dovrà fornire le motivazioni di fondo e lo stimolo alle future immancabili rivendicazioni politiche delle colonizzate regioni, quando vorrà degnarsi di consentire il libero accesso agli archivi dello stato maggiore dell’esercito italiano che nascondono tuttora, in almeno duemila grossi volumi, documenti fondamentali di natura non già soltanto militare (ordini, dispacci, rapporti relativi a movimenti di truppa e ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raid repressivi e briganteschi), ma anche e soprattutto di natura squisitamente politica;  istruzioni riservate e anche cifrate del governo subalpino a profittatori, luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali; verbali di interrogatori eseguiti nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali dagli aguzzini in uniforme che si coprono di disonore nell’infame periodo delle leggi marziali e delle sbrigative esecuzioni capitali; soffiate di spie e informazioni di agenti segreti ai militari, distinte di requisizioni e di espropri illegittimi con l’indicazione delle vittime; elenchi dettagliati dei preziosi, dei contanti e degli oggetti d’arte o sacri razziati nelle case, nei banchi pubblici, nei palazzi reali e nelle chiese; concessioni, infine, di premi, cattedre universitarie o liceali, sussidi una tantum o vitalizi a rinnegati, prostitute, delinquenti comuni (camorristi) e profittatori dai nomi altisonanti trasformati in “eroi puri” e beatificati o divinizzati nei sacri testi della agiografia risorgimentale.

Gli innumerevoli politici meridionali che si sono alternati alla guida del paese dalla cosiddetta unità spero sappiano quanto è costato ai loro antenati vivere Casalduni e Pontelandolfo, terre ancora oggi maledette, terre di briganti, come furono definite, con tanto di carta protocollo e timbri dal regno unitario, nel 1861. Dalle risposte che a nome del governo furono date nelle poche interpellanze parlamentari (ne cito una per tutte che qui riassumo – dell’Onorevole Manna nel 1991) essi sono stati soltanto neppure la voce dell’attore, ma quella del pappagallo.

L’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento del Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino e perciò galantuomo, nonché il suo fido compare Benso Camillo, porco di Stato e perciò statista sommo, ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco un reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana. L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico,  quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Salvatore De Crescenzo e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo, anch’essa, per l’anagrafe.  Gli unici studiosi che hanno potuto aprire questi armadi infami, i crociati postumi, gli scribacchini diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio.

I piemontesi “buoni”, voglio dire onesti, ci sono sempre stati, ed anche a quel tempo. Uno per tutti il generale Covone, fior di galantuomo, che però ebbe il torto di mettersi troppe volte sugli attenti di fronte ad una canaglia come Cialdini e a emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli.

Anche qualche generale italiano è stato preso di recente dalla fregola della ricerca storica. E quello che è riuscito a capire, a scrivere e a dare alle stampe roba da storico voltastomaco.

Povera storia. Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale!

Suppongo che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligure-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco.

E voglio supporre anche che le varie leghe nordiste, tanto care al liberalcapitalismo (gratificato a dovere dal “negrierismo” a basso costo sacramentato dalla legge Martelli) vorranno tenere presente, nelle loro antistoriche confutazioni della storia, questo pagliaccio di generale che, loro involontario profeta, con pochi tratti di penna pagatigli dallo Stato, ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clòu della questione meridionale, la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione in massa, come “cacciata dei cafoni” dalle proprie terre, fosse una fola inventata da revanscisti borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo.

 

 

Certo, negli armadi dello stato maggiore vi saranno anche le prove del fatto ormai provato abbastanza che, se a partire dal 1860, alla sua prima uscita, il regno unificato scrisse pagine vergognose ed abiette, non si rifece affatto nella prima guerra mondiale e toccò il fondo nella seconda, quando tradì nel 1914 la Triplice e quando, trent’anni dopo, tradì Germania e Giappone ed accorse in aiuto del vincitore anglo-franco-americano e si fece finanche stuprare, eroicamente, si capisce, dai marocchini.

Ma noi del Sud non intendiamo subire ulteriormente il danno della colonizzazione tendente all’assoggettamento totale e la beffa della distorsione premeditata dei fatti storici, che la sua colonizzazione determinò.

L’ufficio storico dell’esercito italiano custodisce e protegge le prove storiche che quella sacra epopea, che fu detta Risorgimento, altro non fu se non una schifosa pagina di rapine e di massacri scritta da un’orda barbarica che, oltre la vita ed i beni, rubò al Sud e portò nell’infrancesato Piemonte finanche il sacro nome d’Italia. Gli armadi con gli scheletri infami, che riguardano la repressione del cosiddetto brigantaggio che fu epopea storica di decine di migliaia di cafoni disperati, recano la catalogazione G11 e G3, e sono circa 150 mila i fogli che, contenuti in 140 dossiers, costituiscono la prova documentale delle efferatezze subito dal Reame degradato a feudo sabaudo, da disbattezzare, spremere, colonizzare e sottomettere.

Io non mi chiedo affatto se l’aspetto più vergognoso sia rappresentato dal non già ottuso ma settario rifiuto da parte degli eredi della soldataglia piemontese, ligure e lombarda di aprire gli armadi infami, o se sia piuttosto rappresentato dall’acquiescenza, che è omertà passiva, di un Governo (leggi anche Popolo) che consente a dei soldati (che possono solo gloriarsi di avere fatto carriera sul campo dell’eterna battaglia delle lottizzazioni ingaggiata dai partiti democratici egemoni) di gestire a piacimento una massa di documenti storici di eccezionale valore e di concederli in visione a piacimento soltanto a scrittorelli di indubbia fede antistorica, che non sprezzerebbero mai il sacro giuramento ateo liberal-capitalistico di servire vita natural durante il mendacio tricolore sul quale è fondata l’ancora imperversante agiografia del cosiddetto Risorgimento.

 

Sulla questione dell’ufficio storico dell’esercito italiano quattro anni fa Giorgio Bocca scrisse su L’Espresso:”Sarebbe davvero troppo chiedere ai militari di documentare e pubblicizzare le violazioni della morale comune che il potere politico gli ha chiesto e ordinato”. Il Bocca non andò oltre, non so se per calcolo tricolorico o per improvviso inceppamento del cervello.

Oltre vado io, affermando che il copione ha oltre 150 anni e non può essere rimaneggiato, riveduto, corretto, adattato ai tempi, adeguato alle necessità della storia. Sarebbe troppo esigere dai militari l’apertura degli armadi nei quali sono custoditi e protetti gli scheletri del cosiddetto Risorgimento. Ma non perché mai e poi mai, un esercito ammetterebbe i crimini di cui si è macchiato per ordine di una classe politica egemone. Tutti gli eserciti del mondo commettono crimini orrendi, saponificando, lanciando bombe atomiche, chimiche, batteriologiche, ed è umano che nessun esercito sia disposto a mettere in piazza la propria disumanità e a produrne l’inconfutabile prova documentale. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di mettere in piazza che gli eroi del cosiddetto Risorgimento furono dei criminali sull’orlo dell’asburgizzazione, e che i loro sacri ideali fecero da paravento a uzzoli predatori e sanguinari. Al grido di:”fuori lo straniero” gli eroi, cioè i criminali, imposero ai rinnegati e agli spergiuri del Regno di Napoli la cacciata di un re che era napoletano da quattro generazioni e la distruzione di uno Stato libero, indipendente e sovrano. Ed al suo posto imposero un re che parlava francese e che era il re più spergiuro e fellone e debitoso d’Europa, a prova di storia. Nel nostro caso si tratterebbe di mettere in piazza che l’annessione del reame napoletano fu un’operazione che senza l’intervento della camorra non sarebbe riuscita. Furono i camorristi di Salvatore De Crescenzo, “Tore e Crescienzo”, a presidiare i seggi nel corso del truffaldino plebiscito e ad “uccidere di mazzate” i difensori timidi, pavidi, delle ragione della monarchia nazionale borbonica. E furono ancora i camorristi ad inchiodare con le bocche rivolte verso il mare i cannoni che i fedelissimi della guardia nazionale avevano puntato sulla stazione ferroviaria dove, proveniente da Salerno, sarebbe arrivato lui, il leone imbecille, Giuseppe Garibaldi. Si tratterebbe di mettere in piazza che ai decennali massacri perpetrati dall’orda barbarica seguì un’emigrazione che fu un’esplosione, a catena, che fu l’effetto della raffica di calcioni tricolori sparata dal regno unitario nei fondelli sfondati di coloro i quali avevano avuto l’infelice idea di scampare ai massacri. In tal modo si renderebbero pubbliche finalmente le cause vere della questione meridionale e si fornirebbero dunque ai politici e ai sindacati di oggi, le basi sulle quali impiantare, finalmente, la fabbrica dei rimedi specifici. Nel nostro caso, infine, si tratterebbe di mettere in piazza che l’invasione, l’annessione e i massacri subiti dall’Emirato libero e sovrano del Kuwait anni fa li subì il Reame di Napoli ad opera di Saddam Hussein che si chiamava Vittorio Emanuele II, nel 1860…

 

 

Anche allora l’invasione, l’annessione ed i massacri costituirono una violazione del diritto internazionale… Ma noi non avevamo il petrolio. Avevamo soltanto l’oro, la dignità, l’onore… E, ciò che contava, eravamo un’enorme piazza di consumo: un mercato di nove milioni e mezzo di bocche!… E la comunità mondiale se ne stette comodamente a guardare! E, quando fu raggiunta dagli urli di sdegno degli uomini, e dai lamenti dei torturati, e dalle grida delle fanciulle, stuprate talvolta soltanto a colpi di baionetta, si affrettò a chiudere finestre e balconi; infastidita, molestata dal rumore.

Il generale Poli l’11 marzo 1987 scrisse al vicepresidente della Commissione difesa della Camera, l’onorevole Baraccetti, le seguenti parole:” Il problema più generale del libero accesso all’ufficio storico nella realtà non esiste, in quanto nel pieno rispetto e nell’osservanza del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409 del 30 settembre 1963, il suo archivio è aperto a tutti i ricercatori, italiani e stranieri, senza remora o restrizione alcuna. Ne fanno fede le larghe utenze fruite da grossi nomi del mondo accademico”. Sottolineo che tra questi “grossi nomi” non vi è nessun meridionale, nessuno studente, nessuno studioso attendibile. A fruire dell’archivio  sono stati e sono sempre i soliti scribacchini che fanno spendere centinaia di migliaia di euro  al contribuente italiano per consolidare le “puttanate” che gli storici prezzolati cominciarono a scrivere dal 1860 in poi, forti del solo merito di aver vinto!